«Possa suor Maria della Trinità, che si offrì vittima di espiazione, intercedere per la pace a Gerusalemme e della Terra Santa dove il suo ardente desiderio e la Provvidenza la condussero come a porto di pace e di salvezza e dove il suo corpo riposa come seme caduto in terra e destinato a portare molto frutto». Così ha scritto padre Claudio Bottini, professore dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, nella prefazione alla nona edizione del Colloquio interiore (Edizioni Terra Santa) della clarissa gerosolomitana.
Certamente la pace non vi sarà nel caso manchi il suddetto “voto di vittima”; ciò non consiste nel credere la necessità di sacrifici umani al Signore affinché elargisca i suoi doni compresa la cessazione della guerra – questo è una bestemmia solo il pensarlo – ma nell’assoluta disponibilità a dissociarsi dallo “scioccante peccato strutturale” (Francesco, Laudate Deum, 3) per costruire strutture di pace.
Infatti scrive Hans Urs von Balthasar riferendosi proprio all’opera di suor Maria della Trinità «Verso la fine degli Scritti si fanno più insistenti le allusioni a un “voto di vittima” presentato come se fosse il supremo desiderio del Signore. E ciò, come è detto una volta, non soltanto nei monasteri contemplativi, ma in tutti gli stati di vita, in mezzo al mondo. Il concetto di ‘anima vittima’ suscita la nostra diffidenza. Ad un esame più attento del significato che il termine assume in questi Scritti, la nostra diffidenza scomparirà. Non si tratta di raggiungere un vertice nella partecipazione volontaria alla passione espiatrice, ma un grado sommo di disponibilità e di non-resistenza a tutte le decisioni di Dio. L’uomo non fa il voto (come qualche volta è accaduto) di “scegliere sempre il più perfetto”, ma di lasciar sempre che si compia (è il senso del fiat di Maria) ciò che Dio vuole, e che è naturalmente il più perfetto. Questo non è altro che “l’apàtheia” cristianamente compresa dei Padri della Chiesa, “l’abbandono” dei mistici del Medioevo, “l’indifferenza ignaziana”, “il puro amore” ben compreso di Fénelon. Che un’adesione così totale sia anche quella che conduce alla croce, chi potrebbe ignorarlo? Ma non è l’uomo che sceglie la sua croce; ciò che di meglio può fare è pronunciare il suo fiat. Questo perché l’esistenza espiatrice è attribuita allo “stato” eucaristico del Signore piuttosto che alla croce: alla sua presenza divenuta ormai e per sempre puro dono al Padre e agli uomini».
Non ci si illude che saranno le preghiere o i digiuni a far cessare la guerra e crescere la pace – p per questo servono sapienti operazioni politiche, economiche, sociali, militari e così via – ma certamente se non vi sarà una conversione personale e comunitaria qualsiasi scelta è strutturalmente precaria come dimostra la storia.
Per un approfondimento cfr. https://insantaunita.org/2023/07/01/hans-urs-von-balthasar-e-il-colloquio-interiore-di-suor-maria-della-trinita/