La maestra: un’identità in relazione (8) – di sr. Chiara Mirjam Esposito, Corso maestre 2020

TAPPE DELLA FORMAZIONE INIZIALE

Provo a dire solo qualcosa riguardo alle tappe della formazione iniziale: è un discorso questo che andrebbe approfondito perché molto interessante. Mi preme suscitare anche una breve riflessione sugli obiettivi che ci poniamo nelle varie tappe formative. Quali segni di riconoscimento in una giovane per passare da una tappa ad un’altra? Ci sono degli obiettivi specifici da raggiungere prima di passare alla tappa successiva?

Queste tappe della formazione favoriscono una progressiva assimilazione al mistero di Cristo.

Essere assimilati, spirito, anima e corpo al mistero di Cristo nello scorrere del tempo. È un processo innanzitutto passivo a cui attivamente aderiamo.

È un processo lungo una vita, ma importantissimo nelle tappe iniziali. Il biografo di Francesco per indicare il compimento della sua vita, dice proprio questo: ‘…quando furono compiuti in lui tutti i misteri di Cristo…’

È importante che siano chiari gli obiettivi di questo processo tappa dopo tappa perché è da questi obiettivi che scaturiscono i programmi formativi e l’orientamento e la verifica dell’accompagnamento. Talvolta in queste tappe sono subentrati altri percorsi, (penso al cammino umano, certamente utile, ma che va posto in un tempo adeguato,) essi non sostituiscono quello proprio della formazione che è impastato di esperienze prima che di contenuti e introspezioni. L’idoneità di una persona alla nostra forma di vita è qualcosa è che si manifesta nel tempo e il tempo è sempre un alleato della crescita, ma non fa fiorire ciò che non c’è, non può far partorire ciò che non è stato concepito. Il tempo, è quello spazio adeguato in cui ciò che deve emergere emerge. Di queste tappe alcune sono più elastiche altre più definite e anche questo è importante: in ogni tappa la comunità impara a cogliere i segni di un’idoneità a partire da ciò che accade, dai vissuti stessi. Di qui l’importanza di leggerli insieme, di essere capaci di discernimento.

IL POSTULATO

è di per sé una domanda, è il tempo in cui matura la domanda: chi sei Tu e chi sono io?                               È la domanda sulla propria identità e su quella di Dio così legate l’una all’altra: comprendere se stessi a partire da Dio e Dio in riferimento anche a se stessi. Una domanda sulla propria identità, quella nuova, battesimale, un’iniziazione, una domanda che riceve in questo tempo molte risposte vere e false da imparare a discernere.

Il postulato è come un seme in cui c’è già tutto dentro: l’inizio contiene tutto come un seme che ha dentro tutte le informazioni per le fasi successive alla vita di quel seme, ma le cose, anche la vita con Dio, la vocazione cominciano piccole, ma nell’inizio c’è tutto. Eppure nessuno si inizia da sé perché l’inizio è dono di qualcuno, la vita infatti si riceve. Parafrasando possiamo dire che nel principio c’è anche già il fine, lo scopo.

Quindi questo tempo è prezioso e contiene in sé tutti i processi di crescita del seme della vocazione. La maturazione avviene attraverso:

  • L’esperienza e l’incontro con Dio
  • La conseguente lotta tra l’uomo vecchio e il nuovo
  • I tagli necessari (l’idea di me, degli altri … di Dio …)

‘Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla prova’ dice il Siracide.

Dunque una domanda che viene purificata da mille false certezze per rimanere una vera domanda: chi sei Tu e chi sono io?  Nel nostro rito dell’iniziazione alla vita religiosa è detto proprio questo: che ‘nel tempo del postulato la sorella ha maturato la domanda …’ il tempo matura le vere domande e fa svanire quelle false.

Occorre favorire questo processo di spogliazione, destrutturazione, necessario a far rinascere l’uomo nuovo, un processo già in atto dal battesimo, ma negli spazi e nei ritmi monastici tale processo entra in un linguaggio simbolico nuovo e impegnativo per cui le cose sono ‘multistrato’: dicono una realtà e ne significano un’altra più profonda che non si vede. Spazio e tempo della nostra vita formano ad un modo di relazionarsi con Dio, con se stessi e con gli altri nuovo, non più con criteri e abitudini mondane. Per ‘mondano’ intendiamo tutto ciò che mette l’ego al centro e al fine del pensare e dell’agire. Queste abitudini mondane sono appunto un ‘abitus’ che offre una presa all’avversario nella lotta (1LAg). Il postulato con la sua domanda su Dio e su se stessi è un tempo favorevole a lasciarsi spogliare

  • innanzitutto dall’idea di sé che è la prima a cedere dinanzi all’alterità e alla sorpresa del Mistero di Dio. Nell preghiera e nei vissuti del quotidiano è come se si rompesse uno specchio ed emerge pian piano ciò che si è chiamati ad essere.
  • Dall’idea di Dio perché Lui si manifesta in un modo fuori e in un altro dentro…
  • Dall’idea di questa vocazione che viene sperimentata nella quotidianità e si misura nella fedeltà ad una ferialità semplice, fatta di piccole cose.

     La formatrice accompagna questi processi umani e spirituali senza confonderli, sapendo che il tempo è un alleato della crescita, ma anche che questa si nutre di desiderio e di ascesi, cioè di un fare e di un lasciarsi fare. È un tempo di prova nel senso che la vita mette alla prova la domanda profonda della sequela ed emerge quello che già c’è.

       L’obiettivo di questa tappa è maturare la domanda di appartenenza totale al Signore che chiama; domanda sostenuta dal desiderio, dalla docilità e dicibilità’, dal modo con cui ci si lascia spogliare di certezze e sicurezze, dentro un tempo di transizione, di passaggio, che ha i suoi alti e bassi, le sue luci ed ombre, ma che impara a tenere fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede.

Da qui la necessità di dare dei tagli e di aiutare a darli attraverso il discernimento e la gradualità, così come lo Spirito Santo suggerisce nella sua personale ‘santa operazione’ in ciascuna sorella.

     Ciò che è importante vedere non è tanto cosa cambia, ma come la persona sta nel cambiamento, quanto tempo ci mette, quali resistenze adotta, come ‘funzionano’ le motivazioni e i desideri, quali sentimenti prevalgono e in questa crisi Dio che posto occupa e quanto è centrale lo scandalo di sé o prevale la fiducia di essere in un processo più grande, in quella che Chiara chiama la ‘santa operazione dello Spiritò. Guardare quindi alla capacità di abitare il cambiamento più che al cambiamento stesso che di per sé già la vita comporta. Cambiamento nella gestione delle relazioni (passare dall’essere in rete all’essere in relazione), ad intra e ad extra, con Dio, con le sorelle e con se stessa sotto arcate di solitudine e silenzio, che fanno emergere le risposte vere e quelle false all’unica domanda di senso della vita: chi sei Tu e chi sono io?

Questa crisi è un passaggio che sbilancia verso il futuro o verso il passato e la gioia ne è il frutto.

Il NOVIZIATO

è la tappa dell’iniziazione alla vita religiosa. Obiettivo di questa tappa è detto nel rituale:

‘ … Chiedo di fare esperienza della vita evangelica alla sequela di Cristo povero e umile iniziando il noviziato in questa fraternità di sorelle povere per conoscere bene la vocazione alla quale il Signore, per sua misericordia e grazia, mi ha chiamata’.

      Si tratta di fare esperienza della vita evangelica, dunque il mezzo e lo strumento è la vita quotidiana, in ciò che accade in questi 2 anni e mezzo.

‘Riconosci la tua vocazione’ direbbe s. Chiara, cioè non solo conoscerla, ma riconoscerla. Lo studio della nostra Forma di vita e quello delle nostre CCGG, l’approfondimento teologico, carismatico e sapienziale dei voti e il graduale inserimento nella comunità, favoriscono l’apprendimento di quelle chiavi di lettura ed ispirazioni che motivano e sostengono la nostra vita.

      Non basta solo il vissuto, ma la rilettura di ciò che si vive alla luce dell’esperienza di Francesco e Chiara. Senza dimenticare che una novizia si inserisce in una comunità che ha la sua storia, il suo divenire, che attraversa i suoi passaggi. Anche il modo con cui si inserisce in ciò che già c’è e in un solco di tradizione è un criterio di maturità e idoneità.

     Questo è il tempo per imparare sane abitudini, è il tempo favorevole per lavorare alla radice delle motivazioni e dell’intenzionalità, perché i comportamenti esterni siano il frutto di un graduale cambiamento autentico. In questo tempo la domanda su di sé va sbilanciandosi su quella di Dio che diventa sempre più centrale e coinvolgente, capace di semplificare e unificare quella molteplicità di complicazioni ed esagerazioni proprie di chi comincia.

      Senza dimenticare che il noviziato comincia con un notevole cambiamento: dall’abito, al taglio dei capelli, al nome nuovo … si è rivestiti di Cristo dopo essersi spogliati dell’uomo vecchio. Quello che accade in breve tempo nel rito, la vita poi lo invera nel quotidiano feriale, con i modi e le forme che non scegliamo noi e che ci chiedono una mitezza che è dono Suo. Questa docilità permette di entrare sempre più nel mistero pasquale di Cristo, scopo della nostra vita religiosa, e di parteciparvi ‘con tutte le fibre del cuore’. Del resto, con la vestizione si entra ancora più profondamente in un processo penitenziale, cioè di conversione continua.

       Di qui il bisogno di mettere radici nella comunità, di creare un’appartenenza, di sentire la comunità parte di sé e sentirsi parte di essa. È questo il tempo di abitare con gusto la solitudine che la nostra vita comporta e che diventa lo spazio per un’intimità maggiore con Dio e con le sorelle e i fratelli. Le motivazioni si purificano e il desiderio diventa decisione, nelle piccole cose. L’ascesi diventa necessaria per continuare a volere ciò che si è scelto e custodire la memoria, la volontà e la libertà a servizio della ‘santa operazione dello Spiritò, Maestro delle lente maturazioni.

La tappa della PROFESSIONE TEMPORANEA

Èpiù lunga e ha diverse tappe al suo interno: all’inizio –  parlo per esperienza comunitaria –  c’è come un riemergere delle dinamiche del postulato, sembra una regressione, ma in realtà le domande motivazionali si giocano ad un livello più profondo proprio perché la sorella sta entrando in un’appartenenza che trasforma la sua identità e quindi occorre riguardare alcuni passaggi della sua crescita e del suo lasciare non tanto dal punto di vista della sorella, ma in una lettura spirituale, cioè: come ha agito Dio in questo passaggio della sua vita. Questo è importante perché la sorella impari a riconoscere la ‘santa operazione dello Spirito ‘ nella sua esistenza fragile e limitata, per affidarsi sempre più docilmente ad una consegna di sé a Lui e alle sorelle.

      Questa tappa vede l’inserimento nella comunità con incarichi anche di maggiore responsabilità rispetto al noviziato e quindi verifica la capacità di stare in relazione con le altre collaborando e imparando ad assumere uno stile comunitario e una gestione flessibile delle proprie competenze, sempre più messe al servizio della comunità. Passaggio dal ‘servirmi della fraternità’ al ‘servire la fraternità’ quando e come sia necessario.

Altro passaggio importante è quello dell’appartenenza alla comunità da accompagnare attraverso priorità affettive da scegliere volta per volta. Non c’è bisogno di provocare chissà quali eventi, piuttosto c’è da imparare a leggere attraverso gli eventi e la storia che accade, l’opportunità di fare dei passaggi di crescita verso un’appartenenza più radicata alla fraternità.  Il cammino formativo in questa lunga tappa della professione temporanea vede coniugarsi i voti nella concretezza del quotidiano: la relazione con Dio (obbedienza), quella con le cose (povertà), quella con le persone (castità) e il rapporto tra dentro e fuori, i confini tra interiorità ed esteriorità (clausura) se sono vissuti in modo sempre più pacifico o se diventa sempre più necessaria un’uscita di sicurezza!

L’obiettivo di questa tappa della professione temporanea è far maturare la scelta definitiva della professione solenne, la scelta di una definitività, che fa paura, ma che è necessaria al vero dono di sé.        

Curare questo passaggio è importante perché oggi si fa fatica a fermarsi, a scegliere di compromettersi ‘per sempre’. Questo ‘per sempre’ è fatto di ‘ogni giorno’ di ‘giorno per giorno’ da vivere con una creatività che viene proprio dal dono di sé gratuito e dall’intimità col Signore. È proprio dall’intimità con Lui che scaturisce la grazia di vivere ‘per sempre’ la nostra forma di vita. Quindi occorre lavorare sull’intimità con Dio, sul rapportare a Lui ogni evento del quotidiano, occorre lavorare sul nascondimento, sul segreto della coscienza, cioè sulla vita interiore e sulle sue dinamiche spirituali. Sempre più si rilegge il proprio vissuto passando dalle dinamiche psicologiche a quelle spirituali in cui è recuperata tutta la persona – spirito, anima e corpo – perché è con tutto noi stessi che ci offriamo a LUI.

Sempre più siamo chiamate a risignificare i gesti e le parole che scandiscono i riti che celebriamo, a farli sempre più nostri dentro le pieghe del quotidiano, perché in essi è racchiuso il senso profetico della nostra identità: l’ingresso in monastero con i suoi segni sobri e solenni: salutare, baciare la soglia, essere accolti nell’abbraccio della fraternità, chiudersi dietro la porta di clausura … hanno una valenza profonda nella memoria e sono, non solo il punto di arrivo di tutto un cammino fatto precedentemente, ma anche punto di partenza verso quello che si apre innanzi e che invera un continuo lasciare, entrare, varcare la soglia di un Mistero che si rivela passo dopo passo nella durata dei giorni.

Così come i gesti e le parole della vestizione: spogliarsi, rivestirsi di Cristo, tagliare i capelli, ricevere il nome nuovo, il breviario, il Vangelo … tutte consegne che si inverano in questa tappa di grande cambiamento e che andrebbero approfondite per una integrata assimilazione e autenticità della nostra chiamata.

                    Il ricordo di Lui brilla dolce nella memoria

   Provo a dire qualche pensiero sulla funzione della memoria e dell’affetto nella vita spirituale. Naturalmente sono argomenti vastissimi e non c’è alcuna pretesa né di approfondire, né di dare risposte esaurienti, forse solo suggestioni per provocare la riflessione, per porsi domande.

    Finora abbiamo visto lo spazio del colloquio nella sua dinamica relazionale, osservandone le forme e le modalità, i tempi e i luoghi, vorrei adesso fermarmi a dire qualcosa sul contenuto della formazione. A cosa formiamo? Quali gli obiettivi della formazione iniziale?

    C’è una sapienza da trasmettere che non si impara solo dalle lezioni, non è un linguaggio e non sono parole, ma è un sapere pienamente spirituale a cui la maestra attinge e trasmette con la vita, nella vita e per la vita. È un’esperienza che diventa sapienza perché altri nel facciamo esperienza.

In che senso la formatrice dev’essere sapiente?

    La sapienza di cui parlo è appunto legata alla vita, una penetrazione del mistero della vita, nei suoi nessi non immediatamente visibili. Nessi che appaiono immediatamente quando il vissuto è aperto a Dio. Con l’arte del discernimento aiutiamo l’altra a decifrare il linguaggio che Dio usa verso di lei e a scoprire negli eventi della vita la Parola di Dio per lei. La novizia, pian piano, anche grazie allo spazio della nostra relazione con lei, comincia ad intravvedere tutta la sua vita, spezzata, sgualcita, frammentata, raccolta in una cuore più grande che è quello di Dio, ma che si tocca attraverso il nostro. È proprio da questa visione di insieme, del non buttare via nulla – neanche il peccato! – che nella persona scatta la molla del cambiamento.

(Vi propongo un altro piccolo laboratorio che chiamo ‘laboratorio delle tessere’: chiedete alla novizia di fare memoria della sua storia, di tutti gli eventi belli e brutti tenuti insieme come tante tessere di un mosaico per verificare se e come tiene insieme i frammenti della sua storia, se vi trova unità.)

     Ho sperimentato tante volte he le ferite dell’amore si guariscono solo con l’amore e che se una novizia è ferita nella capacità di dare fiducia, bisognerà che tale capacità sia risvegliata attraverso una benevolenza più grande del suo sospetto, un perdono più profondo della sua durezza. Questo porta la formatrice a vivere quella che chiamo una minorità mariana, cioè a stare da piccoli, da servi nel ruolo della formazione, confidando più nella mitezza che nella fortezza dei modi, imparando a    coniugare una dolce fermezza o una ferma dolcezza a seconda delle necessità.

   E facciamo questo perché portiamo in cuore e nella nostra carne la memoria di essere amate così. La memoria di questo Amore è incisa nelle ferite del Crocifisso da cui sgorga misericordia.

‘Come Io … così tu …’ questa proporzione esagerata e dolorosa mi è salita dal cuore un giorno in cui, in una relazione difficile con una novizia andavo giustificando dentro me la necessità di intervenire con una certa determinazione e giudizio. La memoria di essere state amate, perdonate, diventa l’orizzonte ampio entro il quale perdonare ogni volta, come Francesco chiede al suo ministro.

È proprio dentro questa relazione con la maestra che la novizia ‘deve’ poter fare quest’esperienza di amore guarito, perdonato, benedetto e rinnovato. Il nostro servizio è generativo e la relazione diventa così luogo generativo, come dice Gal.4,19:

           ‘Figli miei che di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi’.

     Noi siamo chiamate a restituire alla persona la memoria di un amore eterno, non spiegandoglielo a parole, ma facendoglielo sperimentare attraverso la relazione con noi ed è sempre un’esperienza unica come unica è la persona che abbiamo davanti e di cui siamo responsabili. Ricordo una sera, dopo l’uscita di un’altra sorella, uscita dolorosa e in grande travaglio … mi chiedevo se avevo fatto tutto il possibile, riguardavo certe dinamiche psicologiche tra noi, ragionavo sui pro e i contro davanti al Crocifisso cercando una ragione, un senso … e Lui mi chiese semplicemente: ‘ ma tu, l’hai amata questa sorella?’

    Si può anche fallire, si può sbagliare, ma se hai amato quella persona nulla è perduto perché il nostro è un servizio reso alla vita della persona, a promuovere in lei l’esperienza di essere amata prima che l’impegno ad amare.

Quella domanda scavò parecchio dentro me: è l’unica cosa che ci è chiesta in questo servizio. Questo chiede a noi una memoria riconciliata, un amore grande e una volontà amante per fare il primo passo ogni volta che questa relazione vive un fraintendimento, una tensione; una benevolenza oltre misura per mantenere per quanto è possibile un clima sereno, anche dentro le tensioni e le ansie; una pazienza distillata dal discernimento sui tempi e sui luoghi opportuni per fare quella correzione che hai in cuore da tempo; c’è una misura d’amore che deve necessariamente superare la giustizia e diventare esagerata, come quella di Gesù per te. Questo amore è esagerato perché ha di mira più il bene dell’altra che la mia faccia! Perché tante volte la maestra ‘si gioca proprio la faccia’ davanti alla novizia, alla comunità e dinanzi a Dio stesso!

    Quando una giovane entra in monastero porta in sé, e spesso anche nel proprio corpo i segni di una memoria ferita, una memoria dimenticata, evitata. L’esperienza del silenzio e della solitudine fanno emergere ricordi di ogni genere che si imprimono nel cuore e fanno eco nel silenzio dei giorni. Quanto tempo ci mette una giovane a ‘dimenticare’ casa, gli amici, la vita di prima … quanto tempo è necessario perché i suoi ricordi siano armoniosamente vivi e presenti nella sua storia senza invadenza? Certe volte le giovani vivono più di passato che di presente, più di futuro che di presente.

    Tante volte le nostre giovani si trovano di fronte ad una duplice tentazione: o quella di sforzarsi di dimenticare (e quante cose si fanno per far tacere i ricordi e cancellare il passato), o quella di intendere la memoria come nostalgia, sforzarsi di recuperare il passato, di farlo ritornare, incapaci di distaccarcene.

    Il bagaglio delle esperienze non integrate, non riflettute, non spiritualizzate, diventa pesante, preme sulla coscienza. Esiste una ‘cattiva memoria’, ossia una memoria del male, di quello fatto e di quello subìto. E addirittura di quello a cui si è assistito. Ben presto le cicatrici si aprono e la ferita riappare con un dolore più forte. Come curare la memoria? Facciamo il cammino umano, sì, ma basta questo?

     Quali percorsi proponiamo alle nostre giovani per guarire la memoria? Penso all’aiuto delle scienze umane che danno un valido apporto nel rivisitare alcuni vissuti alla luce di una consapevolezza nuova di sé e della propria storia, ma questo non basta se la memoria non ritrova, al fondo della sua consapevolezza, lo sguardo misericordioso di Colui che l’ha redenta. La memoria di ciò che ciascuno è agli occhi del Padre per noi sarà un punto di arrivo, mentre per il Cristo e lo Spirito, un punto di partenza. La memoria guarisce nello sguardo misericordioso del Padre.

   Si progredisce ricordando, dice qualcuno, parlando non già di una memoria del passato, bensì di una memoria del futuro, la memoria della nostra vita già nascosta con Cristo in Dio, e a questa memoria orientiamo i nostri desideri.

Come unificare i mille confusi desideri che una giovane si porta dentro?

   Sicuramente non alimentando quelli che non portano a Dio: nei primi anni della vita monastica è bene dare un taglio a tutto ciò che non mi porta a Dio: letture, musiche, canti, maestri di pensiero, relazioni … tutto ciò che non serve a ciò che si sceglie come priorità va abbandonato perché il rischio è quello di non chiudersi mai veramente la porta dietro sé e stare col cuore un pò dentro e un pò fuori, e un desiderio quando non è coltivato o potato cresce disordinatamente occupando spazio ed energie affettive che non ci fanno aderire all’Unico bene necessario. A volte basta guardare le celle delle nostre giovani per vedere di quante cose non si riesce a fare a meno, quanti bisogni, quanti ricordi, disperdono e non unificano in modo sobrio il cuore e la mente! Educare anche a questo è compito nostro, di chi accompagna i primi passi. Dopo è già troppo tardi per imparare nuove abitudini!

        Il cambiamento che chiediamo spesso è comportamentale, ma quanto tempo ci vuole perché le motivazioni e le intenzioni orientino ad esso l’intera vita della novizia? I programmi formativi aiutano certo la comprensione di questo amore, ma la relazione di una maestra con la novizia rimane il luogo in cui la memoria dell’amore e del perdono di Dio diventano fruibili e aprono vie di guarigione.

     I comportamenti sono sempre frutto di scelte e di memorie, in bene e in male e per cambiarli radicalmente, un’altra memoria pian piano si radica nella vita della novizia: ‘il ricordo di Lui brilla dolce nella memorià.

Mi sono chiesta: quale esperienza e quale memoria di questo amore ha Chiara?

Riprendo le sue parole alla fine della vita. Quando si sta per morire si dicono le cose più vere:

Va’ secura in pace, però che averai bona scorta:

però che quello che te creò , innanti te santificò ;

e poi che te creò,

mise in te lo Spirito Santo

e sempre te ha guardata come

la madre lo suo figliolo lo quale ama».

(FF 2986 Proc. III)

   Chiara ritorna allo sguardo originario che l’ha creata e redenta il giorno del suo battesimo, ella ci rivela come ha vissuto davanti a questo sguardo per tutta la vita.

   Cristo conserva nella sua memoria l’immagine del momento in cui, ciascuno di noi, nel battesimo è stato redento. Egli ha questa memoria di ciascuno di noi ed è questa la fonte di  ogni nostra memoria.

   È di questa memoria che la formatrice diventa voce nell’accompagnare la novizia, ella aiuta la novizia a vivere sotto questo sguardo che in Chiara ha il volto di una madre e il volto compassionevole del Crocifisso di san Damiano. Solo questa memoria viva di essere amati in tutte le circostanze della vita, anche quando pecchiamo, anche quando resistiamo alla grazia, anche quando non sentiamo, solo questa memoria, dicevo, guarirà la memoria del passato e quella del futuro.

Ma da dove attingiamo questa memoria?

Ebbene, la vita monastica è immersa dentro la vita liturgica che non è altro che la memoria della salvezza continuamente celebrata.

Oppure occorre osare fare l’esperienza di un Amore più grande che continua ad amarti mentre peccavi, mentre vivevi quegli eventi negativi. Allora ciò che per la persona era una memoria cattiva, diventa una memoria bella in quanto le ricorda Colui che l’ha perdonata.

La memoria non è un grande contenitore che l’uomo deve sforzarsi di riempire ma è come una partecipazione a ciò che non passa, a ciò che rimane. Noi viviamo perché Uno si ricorda di noi, ci tiene nel suo pensiero e nel suo cuore.

La liturgia è tutta un’anamnesi, celebrazione del passato e del futuro in un gesto presente. Nell’eucarestia celebriamo appunto il ricordo, il memoriale di Cristo, della sua nascita, passione, morte e risurrezione, ascensione e venuta nella gloria. Tutto è compreso in una riunificazione di tempi diversi e una presenza della realtà significata.

L’anamnesis è un memoriale perenne legato alla persona stessa del Cristo. Perciò è una memoria dove non ci ricordiamo da soli, ma ricordiamo insieme nell’amore di Cristo. L’anamnesis è fondamentalmente un’azione dello Spirito Santo (Gv 14,26 … vi ricorderà ogni cosa).

L’anamnesis è una partecipazione alla memoria stessa di Dio. E quando Dio si ricorda, le cose esistono e Dio le fa partecipi dell’uomo. Nell’A.T quando Dio si ricorda di una persona ecco che ne nasce un legame non mentale, ma concreto, vitale.

L’anamnesis è un rivivere le cose che sono e che non sono passate. Nell’eucarestia noi siamo resi contemporanei e co-presenti alla morte e risurrezione di Cristo. Anzi, nell’eucarestia sperimentiamo come Cristo si ricorda di noi. La memoria vera è un’apertura all’eternità del mondo in Cristo.

Mentre la nostalgia è il ricordo di un passato che riteniamo irrimediabilmente perduto, la memoria che Dio ha di noi ci tiene vivi alla Sua presenza.

Dunque, la sapienza sta nel saper cogliere le cose che rimangono. Lo stolto si preoccupa delle cose che passano, il sapiente guarda alle cose che non muoiono.

Ancor di più: la sapienza è far passare le cose dalla morte alla vita. Spesso si pensa che si entrerà nella vita eterna dopo la morte, come se essa si aprisse davanti a noi solo dopo la morte, in realtà nell’amore avviene un passaggio, un continuo scambio tra questa vita e l’altra anche durante gli anni della nostra vita terrena: la vita eterna è un processo che inizia già in questa vita terrena, perché tutto ciò che è assunto dall’amore viene strappato alla morte. Nelle ferite di Cristo si cela il mistero di come salvare la propria vita. L’amore di Dio è una memoria eterna.

Allora anche il nostro più piccolo gesto d’amore è un’unzione del nostro corpo per la risurrezione, perché per esso passiamo dalla morte alla vita.

    Per gustare Dio con tutte le fibre del cuore, insegniamo alle novizie come cercare Dio nella propria storia, contemplarlo nel modo con cui ha raggiunto ciascuno nei propri inferi, ci ha perdonato e tratto fuori, e così imparare a vedere come si è visti, ricordare come si è ricordati.

    Penso a tanti nostri gesti quotidiani, in cella, in coro, nei corridoi …tutti legati alla memoria: tutto ciò che viviamo ci lega ad una memoria personale e comunitaria. Quando al mattino ci vestiamo, quando baciamo la tonaca ricordiamo il giorno della nostra vestizione, quando entrando in coro ci segniamo con l’acqua benedetta ricordiamo il nostro battesimo, quando andiamo in processione passiamo dalla mensa eucaristica a quella fraterna e facciamo memoria di una comunione celebrata che sfocia in una comunione vissuta. Gli stalli del coro consumati … luogo di santificazione per generazioni di sorelle povere sono densi di memoria di passato e di futuro perché ricordano non solo ciò che si è offerto, ma soprattutto ciò che ci è stato promesso e che attendiamo.

PROCESSO DI PURIFICAZIONE E PROCESSO DI COMUNIONE

    Provo a coniugare questa ‘discretio’ di cui abbiamo parlato, in due processi di crescita tra i molteplici processi di crescita che accompagniamo nel nostro servizio. Mi sono fermata su questi due che sono costitutivi della nostra Forma di vita: la povertà e la fraternità. Sono processi lunghi una vita, ma che cominciano da subito e che chiedono attenzione.

    Il problema non è la crisi, ma come la si affronta e quali gli obiettivi che vediamo nell’attraversamento di una purificazione. La giovane ha bisogno di purificare molte cose tra continuità e discontinuità per una lenta trasformazione. Ciò che il battesimo ha realizzato ontologicamente, la purificazione realizza e conforma fenomenologicamente ed esperienzialmente.

La PURIFICAZIONE PER DIVENTARE POVERE

    È un processo che inizia e dura tutta la vita, è quello che ci fa veramente povere perché permette allo Spirito di operare nella nostra vita, anzi è esso stesso un’opera dello Spirito. Quando infatti è opera nostra produce non poche nevrosi e ideologie di perfezione pericolose! Ma quando è opera dello Spirito lo si riconosce dai frutti, perché lì dove egli purifica la vita si rinnova e cresce liberamente.

Quando si entra in questo processo, il primo aspetto che emerge è quello della lotta.

 Come stare accanto, come accompagnare la novizia nella lotta?

È importante per noi imparare a vedere dentro le cose che accadono, ciò che si gioca, ciò che si muove nel cuore della novizia. La purificazione inizia da piccole cose, banali ai nostri occhi: basta una correzione, una telefonata che non arriva, un ‘no’ doloroso … e scatta la lotta.

La purificazione, poiché è un processo che dura tutta la vita, si pone a livelli diversi nelle stagioni dell’esperienza spirituale e ci accompagna ogni giorno.

La prima bugia da ‘sgamare’ è la convinzione intima che, ‘quando passerà questo brutto momento’ la vita riprenderà normalmente! quasi che la purificazione sia un imprevisto, qualcosa che non va nella vita spirituale e invece è proprio parte della vita spirituale, anzi senza di essa non c’è vita spirituale.

Cosa fa la maestra nei processi di purificazione che sta vivendo la novizia?

  • La prima cosa che una maestra fa quando vede entrare la novizia nella lotta è pregare (cfr. la preghiera di Chiara per sua sorella Agnese).
  • La formatrice guarda, ascolta cosa e come sta facendo lo Spirito: ‘Egli addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia’.  Lo Spirito presiede alle purificazioni ed è dolce e crudele a seconda della storia e del mistero e della stagione di ciascuna. L’ho visto operare con carezze e con ‘mani forti’. È importante per noi entrare nella comprensione del Suo modo, perché a noi è chiesto di collaborare con Lui, di assecondare la sua santa operazione con la nostra.
  • Dunque piegare l’orecchio del cuore e assumere i suoi sentimenti e atteggiamenti: se egli consola, anche noi consoliamo, se egli lascia nella desolazione, noi NON consoliamo, ma incoraggiamo a vivere bene questa desolazione. Tante volte può capitare che lo Spirito lasci nella lotta la sorella perché quella lotta deve produrre un frutto che Lui sa e noi per una ‘compassione’ inopportuna interveniamo sulla novizia con una ‘carità non ordinata’ ritardando un processo di ‘marcescenza’ necessario alla sua crescita. Dunque collaborazione con lo Spirito: se lui suona il flauto balliamo, se suona un lamento piangiamo!
  • La maestra non toglie gli ostacoli che la novizia trova sul suo cammino. È quasi istintivo voler semplificare certi passaggi, certe fatiche, ma non è formativo: gli ostacoli che evitiamo oggi saranno riproposti domani insieme a quelli di domani così che la fatica sarà doppia. In realtà ogni ostacolo ha un compito nella vita spirituale, deve produrre quel ‘di più’ di amore, di pazienza, di affidamento.
  • Partecipa con libertà: se ne lascia coinvolgere ma con quella distanza che le permette di vedere il contesto, il tutto, da una prospettiva più ampia.
  • Confida nella fecondità del tempo: il tempo è a favore della crescita. Questo mette a nudo le nostre impazienze e quella fretta di cercare una soluzione a processi che si evolvono piano. Lo Spirito è il Maestro delle lente maturazioni e opera sempre in processi di incarnazione.
  • Confida nella grazia della purificazione: sa che è un processo fecondo che porterà il suo frutto (l’ha sperimentato su se stessa tante volte), senza confrontare il suo processo con quello altrui, ma facendosi attenta al miracolo della novità e attende con la novizia di scoprirlo.
  • Non minimizza né paragona o confronta con altri processi di purificazione.
  • Aiuta a distinguere la percezione soggettiva della lotta con quella oggettiva, reale.
  • Distinguere le lotte inutili da quelle utili, c’è infatti una lotta per perdere e una per vincere…

Vi propongo alcune parole di Chiara e della sua legenda che possono darci indicazioni concrete su come accompagnare la novizia in questo processo di purificazione e di lotta.

1LAg    ‘Sapete pure che un uomo vestito non può lottare con uno nudo, perché più presto è gettato a terra chi ha dove essere afferrato…

   ‘…Nella letteratura spirituale esistono due tradizioni nell’interpretare in un senso positivo la nudità. La prima vi vede una forma della sua nudità evangelica e trova, al seguito di Girolamo, la sua formulazione nell’adagio ‘nudus nudum Jesum sequi’; la seconda, utilizzata dai contemplativi e dai mistici, concepisce la nudità come una purificazione totale delle potenze e attività umane per accedere alla conoscenza mistica di Dio e all’unione con Lui.

    Per Gregorio di Nissa, la verginità è il ritorno alla nudità originale di Adamo che ha per effetto il restaurare l’immagine divina nell’uomo nel suo stato primitivo: Adamo ‘poiché era nudo, privo di ogni veste di pelli morte, guardava con libera franchezza (parresia) il volto di Dio …’

     Lo pseudo-Dionigi vede nella ‘nudità e piedi scalzi’ dei serafini (Is 6,2) il segno che queste creature celesti sono libere, senza relazioni, pure da addizione esterna e si assimilano quanto possono alla semplicità divina. Allo stesso modo gli uomini, ‘chiunque entra in relazione con l’Uno, non può condurre una vita divisa’.

    Lo Spirito Santo suscita questa tensione di ritorno verso l’origine e spinge a questa nudità attraverso processi di spogliazione, una nudità-parresia-libertà verso Dio, verso se stessi e verso gli altri.

La lotta sta nella resistenza a lasciarci spogliare, come dice Paolo: non vogliamo essere spogliati ma sopravvestiti.

Una nudità originale, cioè che non si nasconde più, si mostra per ciò che è.

  • Accompagnare la novizia a questa franchezza innanzitutto verso se stessa e nella sua relazione con ‘il suo Dio’, verso questa nudità originale che forse lei stessa non conosce: tanti veli e abiti e abitudini vanno tolte nella lotta perché offrono una presa all’avversario.
  • Aiutare a leggere a quale abito-abitudine la tentazione si è aggrappata per provocare la caduta.

2LAg Memore del tuo proposito, come una seconda Rachele sempre vedendo il tuo principio, ciò che hai ottenuto tienilo stretto, ciò che stai facendo fallo e non lasciarlo, ma con corsa veloce, passo leggero, senza inciampi ai piedi, così che i tuoi passi nemmeno raccolgano la polvere, sicura, nel gaudio e alacre avanza cautamente sul sentiero della beatitudine…          

  • Memore del tuo proposito Esercitare e aiutare ad esercitare la memoria della propria storia, il miracolo della prima volta, il punto di partenza. Memoria del passato, ma anche memoria del futuro: che cosa ti ha promesso Dio? Verso quale promessa ti muovi?
  • Lo Spirito è colui che ‘vi ricorderà ogni cosa … prenderà dal mio e ve lo darà’ è una memoria creativa, che trae fuori cose antiche e nuove, che crea otri nuovi per accogliere il vino nuovo. Ricorda …(Dt8).

lo Spirito è l’autore del memoriale: rende presente Colui che si ama, rende contemporaneo ciò che si ricorda, creando un contatto. La formatrice diventa pian piano esperta nel ‘prendere da Lui e dare alla novizia’, cioè ricordare le Parole del suo principio …

  • Ciò che hai ottenuto tienilo stretto: la grazia della figliolanza,la grazia e il beneficio della vocazione, la relazione con Dio, la vittoria su alcuni peccati, la sapienza della rilettura di certe esperienze..
  • Ciò che stai facendo fallo e non lasciarlo la costanza nel presente, fedeltà al poco di ogni giorno anche quando non si sente nulla, non si vede nulla, fedeltà alla preghiera, alle piccole cosa richieste dalla vita e dalla fraternità. Questa costanza nella distanza tra ciò che la novizia sente e ciò che sceglie di vivere struttura la solidità della vocazione.  (FF1851).
  • Senza inciampi ai piedi, saper individuare ciò che fa inciampare nel cammino: le motivazioni ambigue, che vanno purificate, i legami affettivi, le paure e insicurezze umane, la mancanza di fede e di fiducia, le aspettative di vario genere, la propria storia passata …

Dunque la memoria, la costanza, la fedeltà al passo di ogni giorno.

3LAg  ‘Ti vedo infatti soppiantare in modo terribile e impensato le astuzie dello scaltro nemico, la superbia che è rovina dell’umana natura e la vanità che infatua i cuori degli uomini, sostenuta, per cosı` dire, da una mirabile prerogativa di sapienza della bocca di Dio stesso; e ti vedo abbracciare con l’umiltà , la forza della fede e le braccia della povertà il tesoro incomparabile , nascosto nel campo del mondo e dei cuori umani, con il quale si compra colui che dal nulla fece tutte le cose’;

  • la superbia , l’io gonfiato e la vanità. La prima a crollare nella lotta, la prima ad entrare in questo processo di purificazione è l’immagine di sé. ‘Non mi aspettavo di reagire così … pensavo di aver già affrontato questa situazione perché si ripresenta? … pensavo di aver superato questa cosa … se sto reagendo così in modo regressivo, vuol dire che forse questa strada non è per me …’
  • la vanità  che si esprime nel continuo bisogno di riconoscimento, di essere ricordata, di essere speciale, di essere riferimento spirituale per i suoi amici …
  • accompagnare questa purificazione dell’io, dell’immagine di sé con la sapienza della bocca di Dio stesso, cioè con la Parola che ha la potenza di restituire ad ogni uomo la sua vera immagine di figlio amato. Tante volte la superbia e la vanità sono edere arrampicate sulla bassa stima, sull’insicurezza. È importante per noi una chiarezza di linguaggio: trattare ‘cose spirituali in termini spirituali’ dice san Paolo.
  • Recuperare un linguaggio spirituale per ascoltare ciò che lo Spirito fa e insegnare all’altra a riconoscerlo.

Se uso un linguaggio solo psicologico rischio di favorire solo un’autoanalisi nella persona che continuerà a guardarsi allo specchio di se stessa e non nello sguardo di Dio.

La Parola scruta e discerne i pensieri e i sentimenti fino alle midolla. Solo Dio dice la verità di chi sono io e insegna a vedere oltre le apparenze. La verità della persona è oltre la sua superbia e vanità.

  • Accompagnare dunque a vedere dentro, con domande creative lasciate a lievitare nel tempo … con provocazioni benevole fatte per attivare l’intelligenza e mettere il ‘dubbio creativo’. Accompagnare a trovare questo ‘tesoro nascosto’ passando da ciò che si vede (vanità) a ciò che è nascosto (tesoro), da ciò che è grande, gonfio (superbia) a ciò che è umile, passare da ciò che vale a ciò che è vile…

LegCh. ‘Insegna anzitutto a espellere dalla mente ogni strepito, per poter entrare negli atri della casa di Dio. Insegna che l’amore per i parenti secondo la carne non deve dominare coloro che hanno abbandonato la patria per piacere a Cristo. Esorta a disprezzare le sensazioni del fragile corpo di carne e a limitare le vanità con la forza della ragione. Mostra come il nemico insidioso tenda lacci nascosti alle anime pure e sia solito tentare i santi in modo diverso da come tenta chi pensa come il mondo’.

  • L’amore per i parenti:  Il rapporto con la famiglia è un legame forte sia quando gli affetti sono belli, ma ho scoperto, anche e forse soprattutto quando le relazioni sono conflittuali perché la clausura e la distanza acuiscono ciò che manca, ciò che si è rotto, così come acuisce la nostalgia di ciò che si è lasciato. C’è da dire che prima le relazioni erano sane, o abbastanza sane e quindi anche i distacchi erano sani, mentre ora che le relazioni sono ‘malate’ anche i distacchi sono sofferti e ciò che era un punto di partenza talvolta si presenta come un punto di arrivo.

     Ho sperimentato che in certe situazioni familiari, se da un lato c’è da fare un tagli dall’altro c’è da ricucire, riconciliare perché l’entrata in monastero non diventi una fuga irresponsabile e comoda. I tagli che chiediamo alle giovani sono per amare di più e meglio, incidono quindi sulle modalità.

         Qui è necessario accompagnare nella necessità di dare dei tagli: l’importanza di certi NO da dire per far crescere i SI’ detti. Accompagnare ponendo degli obiettivi da raggiungere insieme se la persona fa fatica a staccare. Talvolta è bene dire alla novizia: ‘Guarda dobbiamo arrivare a questo: a che i tuoi ti chiamino ogni 15 giorni, o che tua madre smetta di mandarti queste cose inutili’. Posto l’obiettivo si chiede alla sorella di diventare creativamente responsabile di quel passo che va fatto, le si concede del tempo e questo chiarisce in lei l’intenzione, la motivazione e la decisione di quel passo da fare. Occorre più tempo e più pazienza, ma la motivazione sarà più profonda se la decisione di dare un taglio verrà da lei o da un comportamento solo esterno a cui lei si adeguerà anche subito, suo malgrado, ma noi non sapremo mai se vi avrà aderito per convenienza, per compiacenza o per convinzione.

        Ciò che conta è che la sorella possa far suo il valore che c’è dietro quella norma, quella modalità e dunque saper mostrare anche il frutto di libertà; la qualità relazionale che scaturisce da certi tagli, ma soprattutto questo processo serve a creare liberamente un’appartenenza. Se con gli anni quest’appartenenza non si crea, i legami familiari rimangono il riferimento ultimo a cui ci si aggrappa nella prova e nelle fatiche comunitarie.

  • Le sensazioni del fragile corpo di carne:  qui c’è tutto il rapporto col proprio corpo e con le sue esigenze! Non mi soffermo troppo, provo solo ad aprire un ventaglio di domande che aiutano ad intravvedere il difficile rapporto che si ha col proprio corpo: quale necessità presenta? Quale libertà da esse? Spesso si assiste ad una totale autogestione delle proprie fragilità: talvolta un’incapacità di sopportare il più lieve dolore e o al contrario, una totale mancanza di cura e attenzione verso le reali necessità del proprio corpo.

La fatica poi a consegnare alla comunità le proprie esigenze mediche, passando per la sorella infermiera, per la maestra … per il medico della comunità … per i tempi lunghi di una burocrazia sanitaria.

È importante accompagnare ed educare alla conoscenza del nostro corpo, dei suoi cambiamenti, imparando a ‘seguire le orme e non gli ormoni’!

  • Tentare i santi in modo diverso da come tenta chi pensa come il mondo

È vero quello che dicono i padri del deserto: che il demonio tenta i solitari attraverso i pensieri e quelli che vivono nel cenobio attraverso le fragilità dei fratelli.

Le nostre lotte spesso sono per volere le sorelle diverse d ciò che sono, volerle cristiane migliori per noi, come dice Francesco nella lettera d un ministro.

La COMUNIONE PER DIVENTARE SORELLE

     Non ci è chiesto di creare comunione, ma di conservarla, custodirla, perché essa è già data in dono.

‘Le sorelle siano invece sempre sollecite nel conservare reciprocamente l’unità della scambievole carità, che è il vincolo della perfezione’

     Essa è nel germe della vocazione, ma prim’ancora è nel carattere battesimale, perché siamo fatti ad immagine e somiglianza della Trinità. Nella nostra Forma di vita Francesco ci ha indicato queste relazioni interpersonali con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

La comunione è innanzitutto da accogliere e celebrare: Eucarestia e Liturgia dicono questa verità profonda che ci lega in Cristo e tra noi.

    Esiste una dinamica escatologica nella celebrazione eucaristica: noi siamo ammessi a quest’ottavo giorno che fa irruzione nel tempo, così che durante l’Eucarestia stiamo al cospetto di Dio non solo come siamo ma come saremo, quindi le nostre tensioni comunitarie, le dinamiche tra noi … il nostro NOI così imperfetto e in cammino, intorno all’altare vive questa pienezza e allora ci possiamo vedere in quella luce escatologica con cui saremo rivestiti alla fine dei tempi. La celebrazione eucaristica anticipa la comunione che vivremo, è una caparra che però nel quotidiano aiuta a non perdere di vista l’essenziale, a guardare avanti e non solo all’oggi.

Ecco perché nell’oggi della storia la carità che ci unisce è vulnerabile e ferita e va ristabilita prima di presentarsi all’altare:

‘ …Se accadesse – non sia mai! – che tra sorella e sorella per una parola o un segno talvolta nascesse occasione di turbamento o di scandalo, quella che avrà dato causa al turbamento, subito, prima di offrire davanti al Signore il dono della sua orazione, non solo si prosterni umilmente ai piedi dell’altra domandando perdono, ma anche la preghi con semplicità di intercedere per lei presso il Signore che le sia indulgente’.

   Ogni giorno dunque noi viviamo questa esperienza di essere ammessi in quella che Francesco chiama nell’Amm I ‘una luce inaccessibile’ in cui abitano il Padre e i santi, è una comunione allargata, senza confini quella a cui siamo invitati ogni giorno ed essa illumina le nostre dinamiche quotidiane e ci dà la grazia di andare oltre, ma anche di vivere seriamente e responsabilmente il dono di comunione ricevuto.

   Esiste dunque una comunione che viene dal basso e che siamo chiamate a coltivare, far crescere: gli incontri fraterni, la revisione di vita, i capitoli, le ricreazioni, il lavorare insieme … sono tutti luoghi in cui la comunione è affidata al lavoro di ciascuna, alla responsabilità, all’ascesi, all’accoglienza delle nostre diversità, alla pazienza nelle diversità dei modi e dei caratteri,  ma esiste una comunione che viene dall’alto e che è donata a noi gratuitamente attraverso i sacramenti, l’eucarestia, la riconciliazione, la liturgia delle ore, la condivisione della Parola.

  Esiste una sinergia che si rinnova ogni giorno: a nulla varrebbe il nostro sforzo di diventare sorelle, se lo Spirito non operasse questa comunione, ma d’altra parte, rimarrebbe disincarnata e ideologica una comunione che viene dall’alto se non c’è chi le offra carne e sangue.

Esiste nella nostra vita uno stretto rapporto tra comunione e solitudine e gli ambienti in cui viviamo ce lo ricordano: la cella nel dormitorio comune, il lavoro in silenzio, ma fatto insieme, insomma confini talvolta invisibili ma esistenziali a cui formare le nostre giovani.

È certo che solo chi non sa stare da solo non fa vera comunione.

‘Una cum sororibus meis’: quest’appellativo di Chiara esprime bene l’integrazione tra solitudine e comunione e dice di un’identità ben chiara che tiene insieme il suo essere ‘unà, cioè unica, ma anche sola, e il suo essere ‘con’. Sono le stesse dinamiche trinitarie in cui le Persone sono ‘distinte, senza confusione, ma un’‘unica sostanza. La vita fraterna è il luogo teologico in cui ciascuna vive una continua tensione nel diventare ‘unà, sempre più se stessa, ma anche sempre più ‘cum’, quasi che solo il ‘cum’ faccia essere veramente ‘una’.

Come la maestra accompagna la novizia in questa comunione?

   È importante accompagnare la novizia dentro questo processo che la vita le propone.  ‘Le cose non iniziano da noi e non detto io le condizioni di partenza. La realtà non ci obbedisce e ci entriamo sempre ‘a partita iniziata’. Si parte dalle cose così come sono e non come ’dovrebbero essere’. Se rifiutiamo i limiti rifiutiamo le relazioni. Il mio bordo sei tu! Il mio limite è l’altro. I limiti sono veri, piaccia o no. Il limite non è una tassa. È l’altro. È la fine della mia solitudine.  Bisogna approfittare dei limiti’.  

   La novizia entra in una comunità che ha già il suo percorso e la sua storia ed ella vi si inserisce piano piano. Essere introdotta alle consuetudini della nostra vita implica questo graduale ingresso in un mondo pieno di simboli e con un linguaggio diverso da quello proprio. ‘Consuetudini’ non sono solo le cose che si fanno, ma come e perché si fanno e questo comporta un dare ragione di certe scelte, motivare, rivelare il valore che c’è dentro i gesti, le parole, dentro un modo di essere sorelle povere nella propria comunità.

   Consuetudini che riguardano gli spazi, i tempi del nostro quotidiano, la relazione con le cose e con le persone. Noi diamo per scontate tante cose: che suoni una campana, che facciamo la processione per andare a tavole, che leggiamo durante i pasti … ma non lo sono per chi entra. E non basta dire che ‘qui si fa così’, sarebbe come perderci un’ottima occasione di risignificare per noi e per lei i gesti e le parole che fanno la trama del nostro quotidiano e che sempre richiamano alla relazione con Dio.

    Nei primi mesi di probandato la giovane può essere introdotta alla nostra vita attraverso una iniziazione alla vita’: un tempo quotidiano in cui lasciare che l’altra racconti quello che ha notato e come lo ha significato (ho imparato a non anticipare prima la lettura della realtà ma ad ascoltare la lettura dell’altra perché questo mi aiuta a conoscere come guarda e anche il suo orizzonte simbolico).

 E amandovi a vicenda nella carità di Cristo, dimostrate al di fuori con le opere l’amore che avete nell’intimo, in modo che, provocate da questo esempio, le sorelle crescano sempre nell’amore di Dio e nella mutua carità.

  Educare la giovane ad abitare gli spazi della cella e quelli della vita comune, lì dove insieme si fanno le cose. Abitare il tempo della solitudine e quello della vita fraterna. Nelle giovani questa comunione di spazi e tempi può talvolta risultare faticosa, abituate come sono ad una forte autogestione del tempo, vivere in una forma in cui non si decide quasi nulla da sé assume un notevole impatto nella quotidianità perché si entra a far parte di un corpo che è la comunità.

  • Tante volte ho notato che da parte della giovane ci può essere una certa fretta di apportare cambiamenti a partire da criteri di efficienza o da convenienza, o altre volte può accadere che non si sappia spiegare alla giovane il motivo di certe consuetudini, o che si cambi, come propone la giovane senza discernimento.
  • La convivenza prolungata può far emergere la fatica di stare insieme tanto tempo e la giovane si ritrova più immatura di quanto si pensava perché disabituata al confronto, al rendere conto, a mettere in conto le altre. E anche chi è abituata a questo avverte che la nostra vita si gioca su motivazioni più profonde e ha una logica diversa che chiede un passaggio pasquale per entrarvi.
  • Anche nel relazionarsi alle sorelle occorre una certa iniziazione perché la giovane vede le sorelle, ma ‘le mancano dei pezzi’, cioè non conosce ciò che c’è dietro una risposta, dietro un atteggiamento e qui, credo che la formatrice giochi un ruolo importante perché media lo sguardo della giovane in relazione alla fraternità. Che fare quando la novizia coglie una dinamica fraterna e chiede spiegazioni? Come mediare la verità nella carità? E cosa evitare?
  • Essere sincere e vere, ma senza sentirsi obbligate a svelare aspetti di altre sorelle che non competono a lei. C’è una carità che ‘tutto copre’, cioè che vela il corpo della fraternità con un certo pudore e che una novizia non potrebbe portarne il peso.
  • Educare la novizia a vedere anche aspetti positivi dentro i limiti altrui.
  • Evitare ogni forma di indiscrezione a scapito delle sorelle ed essere sempre vere, piuttosto orientare l’attenzione sulla giovane chiedendole cosa provoca in lei quella situazione, insomma lavorare più su cosa e come lei vede che sulla dinamica fraterna in sé.
  • Il colloquio è uno spazio in cui la novizia può e deve avere libertà di dire come vede la fraternità e questa, per una formatrice è una posizione privilegiata per vedere come appare la comunità agli occhi della giovane, ho imparato tante cose dallo sguardo delle più giovani, loro colgono non solo le parole o i gesti, ma anche tanto altro …veramente ‘il Signore rivela al più piccolo ciò che è bene’!
  • Il colloquio però diventa anche uno spazio- laboratorio in cui reimparare a guardare la fraternità con lo sguardo di Dio, uno sguardo spirituale che include e supera quello psicologico e umano che pure hanno bisogno del loro spazio.

Cosa fa lo Spirito in questo processo di comunione?

  • Invita ad un esodo da sé: ‘da multe parte et province sete adunate’ e non si tratta solo di luoghi geografici, ma di modi di pensare e di vedere, di ragionare e di sentire …

A ciascuno è chiesto di fare dei passi. La formatrice lavora a questo esodo richiamando la bellezza della terra promessa, ma anche assecondando l’itinerario che lo Spirito sceglie: se affrontare gli Amaleciti o se prepararsi alla lotta con gradualità…

    Ciò che la giovane non vede ancora in questo processo di comunione è che lei stessa cambierà volto e nome entrando in questo Noi della fraternità perché la comunione a cui siamo chiamate rivela la specifica identità di ciascuna. La comunione ci trasforma e non ci lascia più come prima.

  • Le sorelle suddite, poi, si ricordino che per Dio hanno rinnegato le proprie volontà.

Lo Spirito ricorda la motivazione per cui viviamo questa rinuncia a noi stesse che ci permette di far spazio alla comunione con le altre. È la memoria del punto di partenza che va ricordata quando i vissuti diventano troppo ingombranti e si perde di vista l’orizzonte più grande dentro il quale vanno collocati.

  • Lo Spirito spinge verso la comunione dei santi, la comunione trinitaria. Essa è la fonte di ogni comunione sotto il cielo. Spinge tutta la fraternità e ogni singola sorella verso questa comunionalità che è nel DNA del nostro battesimo.

    Se guardiamo all’esperienza di Gesù come Maestro, sembra sia stata alquanto deludente perché la sua formazione, per molti aspetti è rimasta avvolta di fraintendimenti ed aspettative deluse. Anzi, a ben vedere, sembra che Gesù abbia adottato proprio una crescente pedagogia della delusione, cioè l’arte di saper deludere, per rimotivare la sequela.

   Anche il Maestro ha conosciuto l’amarezza della resistenza, della sordità dei suoi. Egli ha compiuto una parte – nei giorni della sua vita terrena – che lo Spirito Santo ha poi spiegato, riletto, risignificato nella memoria e nella coscienza dei suoi discepoli. Gesù doveva dire e fare, e lo Spirito Santo ricordare e spiegare.

  Quanto più allora il nostro servizio attraversa ed attraverserà il fraintendimento, la fatica, l’incomprensione!

   C’è da affidarsi continuamente al Maestro delle lente maturazioni che ci aiuta ad assumere generosamente il dolore del nostro divenire e che porterà a compimento, nella vita delle persone a noi affidate, quella santa operazione che favorisce la crescita con un amore di misericordia che sa essere fedele fino alla fine.

Concludo queste riflessioni con una preghiera di Madlene Delbrel:

Confidate soprattutto nel lavoro lento di Dio.

Siamo per natura impazienti

di concludere ogni cosa senza ritardi.

Vorremmo saltare le fasi intermedie.

Siamo impazienti di metterci in cammino

verso qualcosa di ignoto, qualcosa di nuovo.

Eppure è la legge di ogni progresso

che esso si compia passando attraverso

alcune fasi di instabilità

e che possa volerci molto tempo.

E così credo sia anche per voi.

Le vostre idee maturano gradualmente lasciatele crescere,

lasciate che si formino, senza fretta eccessiva.

Non cercate di forzarle,

come se pensaste di poter essere oggi

ciò che il tempo

(vale a dire, grazia e circostanze che agiscono sulla vostra buona volontà)

farà di voi domani.

Solo Dio potrebbe dire cosa diverrà

questo nuovo spirito

che si sta gradualmente formando in voi.

Date a nostro Signore il beneficio di credere

che sia la Sua mano a guidarvi,

e accettate l’ansia di sentirvi sospesi e incompleti.

     Solo così possiamo imparare anche a scomparire, a ritornare nell’ombra, a fare quei passi indietro senza rimpianti, senza ricatti, in castità materna, quando, compiendosi il percorso della formazione iniziale, consegniamo a mani aperte le sorelle a noi affidate, ‘partorite nel dolore finché non sia formato Cristo in loro’ (Gal4,19)ben coscienti e grate che il servizio che ci è stato chiesto è un servizio che Dio stesso ha reso a noi.

A laude di Cristo e della Sua Madre poverella.  

                            Sr. Chiara Mirjam  

Monastero Buon Gesù Orvieto