La maestra: un’identità in relazione (7) – di sr. Chiara Mirjam Esposito, Corso maestre 2020

Sposa dello Spirito Santo nelle diverse stagioni

     Con questa relazione sponsale vorrei provare a dire qualcosa sulle stagioni interiori della formatrice. Guardando alla nostra assemblea mi accorgo che viviamo stagioni diverse: c’è chi è stata nominata per questo compito da qualche mese o anno e chi ha vissuto anche l’esperienza di abbadessato e ritorna a vivere questo servizio. Un ventaglio di esperienze e generazioni diverse. È certo che un servizio, come quello della formazione, riflette l’esperienza spirituale e la stagione dell’età della formatrice. Propongo alcune stagioni, ce ne sarebbero anche altre, certo.

  • La stagione della giovinezza:

‘ … i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato… il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza …’ (Ct.2,11)

Prendo dalla Scrittura quest’immagine primaverile che apre il cuore alla novità, posa lo sguardo sui germogli, che rinascono. È la stagione dell’inizio, del nuovo cominciamento, è il tempo in cui una formatrice inizia, è un avanzare ‘cautamente, lieta e sollecita…’ tra il desiderio e la paura, tra l’entusiasmo generoso e la libertà di chi non vuole farsi condizionare da esperienze altrui, da sguardi e vissuti altrui. È il tempo in cui si entra in un mistero più grande accompagnate da una grazia speciale che aiuterà a coniugare una continuità con la novità.

La consapevolezza dell’inesperienza gioca a due livelli: verso la docilità e l’ascolto di una trasmissione, mai scontata e di certo, necessaria, e dall’altra, verso quel senso di insicurezza e inadeguatezza, che nelle giuste dosi aiuta a muoversi con prudenza, mentre in alte dosi alimenta ansia e paure.

Nessuna pretesa di veloce maternità nei primi passi, ma consapevolezza di essere adesso più che mai delle guide guidate, con un orecchio verso la novizia e uno verso se stessa e ai propri processi di consapevolezza, di compiacenza, di discernimento.

Nell’immagine del cantico viene detto: il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza’, cioè non sono ancora i frutti maturi, ma i fioroni, quelli che preannunciano i veri frutti, così come le viti non hanno già il grappolo pieno, ma mandano fragranza, cioè anticipano col loro profumo il frutto che la vite certamente produrrà. Questo servizio è all’inizio di un processo, certo iniziato da altri: se c’è una nuova primavera è perché c’è stato un inverno, se ci sono nuovi frutti è perché qualche altra ha seminato, dunque il servizio della maestra ha sempre qualche sorella e una comunità intera che la precede.

              Indico alcuni strumenti che aiutano a vivere questa stagione:

  • La rilettura dei vissuti e degli eventi: (relazione con sé) mentre l’esperienza si stratifica è utile rileggere gli errori fatti. Un errore riletto con franchezza è fonte di grande sapienza e conversione del cuore. Nella rilettura c’è il segreto del camminare perché il primo discernimento non lo facciamo sull’altra, ma su noi stesse e sul modo con cui stiamo dentro il mistero della realtà nostra e altrui.

Una rilettura in cui l’esperienza diventa sapienza.

  • Il confronto e il dialogo con qualcuno (relazione con gli altri) che ci accompagna mentre accompagniamo, che raccoglie gli stati d’animo e le domande, raccoglie e rimanda per una crescita migliore, attenta e graduale.

Il confronto è utile dentro e anche fuori la comunità, con qualcuno di cui ci fidiamo e da cui ci lasciamo guardare e dire.

  • L’ascolto della Parola e la preghiera (relazione con Dio) sono la relazione materna per eccellenza da cui scaturisce il nostro accompagnamento. Relazione vitale, quotidiana, intima che forma il nostro cuore sui sentimenti di Gesù, sui desideri del Padre, sul modo di agire dello Spirito.

La relazione è sempre uno spazio rivelativo.

  • La stagione dell’esperienza:  

‘ …Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti … frutti freschi e secchi, mio diletto, li ho serbati per te… Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo, mangio il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte …’

 (Ct 4,16;5,1;7,14)

È il tempo in cui il proprio giardino, la vita interiore della formatrice diventa il luogo in cui lo Sposo è di casa e tutto ciò che è della sposa è condiviso dallo Sposo, fiori e frutti, freschi e secchi, cioè tutto ciò che è presente e passato, tutta l’esperienza è messa a disposizione della formazione. L’umanità della maestra, tutto ciò che la costituisce donna consacrata, è a servizio del Regno, delle cose di Dio e tutta la propria umanità (affetto, volontà, intelligenza), viene messa al servizio della crescita altrui nel rispetto della differenza, senza temere il fallimento o gli errori.

 È il tempo in cuisi comincia ad avere più dimestichezza, più consapevolezza, meno ansia e più intelligenza da incanalare per migliorare contenuti, programmi, iniziative e progettualità: ci si spoglia della pretesa di risolvere e si impara a portare pazienza abitando l’attesa. Si diventa più esperte nella pazienza grazie all’ascolto dello Spirito, Maestro delle lente maturazioni che compie la sua opera ‘con o senza me!’

La pazienza è quella capacità di portare il ritmo di maturazione dell’altra. Il tempo è sempre un alleato della crescita, è sempre gravido di speranza. Si è meno preoccupati di se stesse e più attente alla crescita oggettiva dell’altra, ai suoi passaggi interiori, al confronto generazionale che ne deriva. Si vede sempre più nitidamente l’opera dello Spirito nella vita delle novizie e si collabora con armonia e intelligenza.

  Il rischio qui è quello di vivere questo servizio fidandosi troppo di se stesse, di viverlo con una certa con abitudine e di lasciarsi coinvolgere sempre meno, essere ripetitive sui programmi, senza cogliere le provocazioni che vengono dall’unicità del cammino di ogni sorella. Altro rischio è quello di un’inconscia ‘appropriazione indebita’ del mistero dell’altra, in piccoli atteggiamenti che quasi pretendono di conoscere senza più ascoltare. L’esperienza può dare una sicurezza che non mette più in discussione se stessa.

  Gli strumenti per vivere bene questa stagione sono quelli di sopra, ma quest’ esperienza acquisita nel tempo deve adesso imparare l’arte della trasmissione, perché la sapienza acquisita fluisca nelle vene del corpo della comunità e diventi tesoro di cose antiche e nuove per chi assumerà domani questo servizio. Curare la trasmissione, specie nel servizio formativo è indispensabile per favorire una linea comunitaria ed evitare il rischio di lasciare dei ‘vuoti’ dietro sé alla fine di un mandato che ci renderebbe inopportunamente indispensabili!

 È qui che lo Spirito ci rende ‘collaboratrici di Dio stesso e sostegno delle membra deboli e vacillanti del Suo ineffabile corpo’.

  • La stagione della sterilità

‘Perché piangi? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?’ (1Sam.1,8)

      Ho vissuto una stagione del genere qualche anno fa quando ho accompagnato alla porta l’ennesima novizia che usciva … ricordo che sono salita in noviziato, in cappella e ho pianto molto, e ho sentito risuonare in me questa Parola. Mi ha sorpresa l’audacia con cui è risalita dal profondo con franchezza e mi ha consolata perché ha spostato l’attenzione dal fallimento che pure assaporavo.

      Avviene un tempo in cui le vocazioni diventano rare, magari nonostante tanto lavoro investito nell’animazione vocazionale, o magari entra una ragazza o più di una e poi escono e si comincia a pensare che entrare nella nostra vita diventa sempre più difficile, ma soprattutto ci si chiede: ‘quale futuro per la nostra comunità?’ Magari questa paura non è avvertita chiaramente dal resto della comunità che continua il suo percorso, oppure ci possono essere varie reazioni: comincia a serpeggiare un senso di sfiducia sulla capacità di formare, oppure si innesca la dinamica del capro espiatorio per cui bisogna trovare il colpevole per questa ‘sterilità’, ma una maestra, che ha accompagnato la crisi della postulante, che ci ha creduto, ci ha investito tempo e cuore e amore… soffre di più e può avere uno sguardo sfiduciato sul domani e sull’utilità del suo servizio e magari ritrovarsi anche in una solitudine dolorosa a causa di questo.

                                               Non sono forse io per te meglio di dieci figli?

      In questa stagione di apparente sterilità il Signore invita a vivere più profondamente il mistero della sponsalità prima che quello della maternità. L’intimità con Lui è l’anima di ogni fecondità e quest’ultima non si misura dal numero di vocazioni, ma dalla fedeltà a Lui e alla propria storia. I figli – lo diciamo spesso alle coppie – non sono un diritto, eppure questo pensiero talvolta rischia di sfiorare anche i nostri ragionamenti. Certo, ogni comunità vive stagioni diverse ed è chiamata a riconoscerle e a rileggerle, anche lasciandosi aiutare a vedere cosa favorisce o cosa ostacoli la fecondità. Certo, le divisioni interne, i conflitti latenti che si trascinano per anni dentro le dinamiche comunitarie, le chiusure, le spaccature con le conseguenti mormorazioni che usurano le nostre comunicazioni, non favoriscono la fecondità e questo una maestra lo soffre.

     Lo Spirito in questa stagione purifica e feconda come Lui solo sa fare, in modo impercettibile ma efficace, stringendoci sempre più al mistero della croce del Signore che dona vita non solo dopo la morte, ma dentro la stessa morte.  Ci invita ad un’intimità della croce e ci libera da una mentalità ‘quantitativa’ della fecondità, dalle false apparenze e dalle assurde pretese. ‘Il Signore per sua grazia in breve tempo, ci moltiplicò’ dice Chiara, ben consapevole che è Lui che dona.

  • La stagione della crisi:

‘… Dissodatevi un campo nuovo…

la tua terra non sarà più detta devastata, ma sposata…’ (Ger 4,3; Is 62,4)

     Qui l’immagine che vi propongo è di una terra ribaltata, con quelle grandi zolle smosse, lasciata a maggese per una nuova semina. Il ribaltamento come possibilità di rinnovamento perché ciò che è nascosto, profondo, viene ribaltato e manifestato, messo in luce, esposto alla luce.

  È lo Spirito che opera nella crisi questo ribaltamento e quanto più la crisi è profonda tanto più la terra ribaltata diventa feconda, ma ci vuole tempo, il cuore va lasciato a maggese, è un’operazione che chiede una certa passività, almeno da parte di quella razionalità che in noi vuole spiegarsi tutto e avere tutto sotto controllo.

  Esistono varie crisi nella nostra vita e tutte sono vigilia di un nuovo che accade a suo tempo. Crisi dovute ai cambi fisiologici, crisi dovute alle relazioni, alla propria identità e vocazione, crisi dovute a lutti, a malattie proprie o di persone care…

   Di fatto sono ‘pasque’, passaggi, che occupano l’attenzione, ci offrono mille tentazioni per concentrarci su noi stesse. Magari si riaffacciano desideri passati, antichi rancori, il passato riaffiora nella memoria come un’opportunità perduta, come un tempo ideale che non tornerà più … in ogni caso è distorta la percezione dell’esserci qui ed ora e le altre sorelle avvertono, ma non sempre ci si rende avvicinabili e il ruolo può diventare anche una barriera, qualcosa che ci protegge dal venir fuori veramente e chiedere aiuto.

Vi offro allora una possibile rilettura della crisi:

 La dinamica della crisi è carsica: si rivela a poco a poco nel tempo fino a diventare sempre più evidente alla coscienza e stridente con ciò che la maestra dice nelle lezioni ed è chiamata a vivere nel quotidiano. Ella avverte dentro sé una spaccatura, una fatica che rende tutto più pesante, più concentrato su se stessa, più insofferente. Esistono tante sfumature della crisi, ma tutte mettono al vaglio la fede, la speranza e la carità, se non la vocazione stessa a questa forma di vita.

         Non se ne allontanino per colpa propria, negligenza o ignoranza…’ dice Chiara.

Provo a dire qualcosa su queste possibili cause:

  • Per colpa propria: è a causa di peccati non evitati, anche piccoli, ma frequenti, che generano dentro, una forma di dipendenza e di autogiustificazione da cui è difficile staccarsi. La formatrice, nella propria comunità vive delle eccezioni che chiedono continuo discernimento.
  • Per negligenza: si tratta di un allontanamento dalla grazia che ha responsabilità remote: si tralascia di ‘abitare secum’, si diventa una fontana che abbevera tutti e tralascia la propria sete – dice san Bernardo –  e ci si ritrova stranieri nel proprio cuore, separati in casa con se stessi.
  • Per ignoranza: ignoriamo ciò che ci sta accadendo: lo Spirito ci purifica a nostra insaputa ed è paradossale sperimentare di conoscere così bene cosa Egli faccia nella vita delle altre e ignorare cosa stia facendo nella nostra! Eppure è così perché nessuno è maestro di se stesso, a meno che non voglia diventare discepolo di uno stolto – dice s. Bernardo. Lo Spirito ci purifica per la lunghezza di un tempo che non dipende da noi, non sempre è a causa del peccato, non sempre è a causa della grazia. Ciò che è importante in questo caso è rimanere docili alla prova, rimanere sotto questa dolorosa ‘epiclesi’ che ci trasforma e ci conforma al nostro battesimo.

       Come attraversare questa notte mentre si accompagnano altre novizie?

    In questa stagione più che in altre occorre chiedere aiuto e lasciarsi aiutare, due movimenti per nulla scontati ma importanti perché indicano il desiderio di luce e di verità. Certamente ogni ‘notte’ ha il suo mandato, cioè è per un frutto, per una purificazione, per un di più, un ‘magis’ che al momento non si vede, anzi sembra andare verso un peggio. Tante volte il compimento di questo servizio avviene attraverso un apparente fallimento. Ho sperimentato che lo Spirito fa attraversare notti che poi diventano sentieri conosciuti per accompagnare altri che le attraversano. Il frutto delle nostre crisi diventa il cibo migliore per far crescere chi è affidato alla nostra cura.         

 Il nostro servizio allora diventa la nostra salvezza perché:

  • ci tiene in uscita, in esodo da noi, ci rimette alla scuola dei primi passi, in un nuovo cominciamento. Le più piccole ci evangelizzano e ci spingono a tenere avanti il punto di partenza.
  • Ci chiede di continuare ad essere fedeli al nostro posto, sia che lo sentiamo tale, sia che vorremmo evitarlo. Impariamo quella fedeltà che non fa rumore, che nessuno vede, una fedeltà solo per amore, per niente altro che per amore, visto che lo Spirito ci spoglia di ogni altra motivazione che non sia per amore. Impariamo più autenticamente la gratuità!
  • Noi seminiamo a lungo raggio in questo servizio formativo: ciò che seminiamo porterà frutto nei lunghi anni della vita della giovane e molte delle nostre parole… consigli… molti nostri gesti e silenzi e abitudini lei li ricorderà a suo tempo. L’esempio di vita forse non le parla oggi, anzi lo può fraintendere, ma si imprime nella memoria per emergere domani. A noi è chiesta questa taciturna testimonianza che diverrà eloquente quando lo Spirito la ricorderà al suo cuore.

   La nuzialità è una modalità relazionale che si approfondisce in tutte le stagioni del nostro divenire che, come carezze ci fanno caste, purificano l’amore per renderci partecipi delle nozze del Re.

     La nuzialità è caparra di un’intimità redenta e liberata al servizio del Regno e ci tiene con le mani aperte ad ogni incontro con Dio e con gli altri. Essa è intessuta con cura dallo Spirito Santo nel rosario dei giorni e chiede a noi la custodia del desiderio del Suo volto nella parabola degli anni che passano, conservando quella capacità di ‘cantare come nei giorni della giovinezza’. La nuzialità è come la piccola veste che Anna, madre di Samuele, portava al tempio ogni anno poiché il bambino cresceva. Così l’offerta della nostra intimità, la nuzialità della nostra vocazione chiede di essere intessuta e rinnovata con cura perché assume i toni e le sfumature di tutte le nostre stagioni e la dimensione della nostra crescita al cospetto di Dio.