La maestra: un’identità in relazione (4) – di sr. Chiara Mirjam Esposito, Corso delle maestre 2020

Sorella nei confronti delle novizie

       È importante curare anche questo aspetto relazionale: pur essendo in una relazione asimmetrica vivere una sororità nei confronti della novizia in quei tempi e modi che la vita ci offre: la ricreazione … i giochi, il lavoro … imparare a vivere con agilità il ruolo perché non diventi una gabbia, una nicchia, ma un servizio reso con gratuità e temporaneità. Anche la possibilità di manifestare alcune debolezze, limiti … ho imparato per esperienza che mostrarsi vulnerabili talvolta è più formativo di mille lezioni! Un sano distacco anche dal proprio ruolo ci suggerisce quando e come e dove vivere da sorelle pur dentro un servizio.

Madre nei confronti delle novizie

In realtà questa qualità relazionale non è all’inizio di un servizio, ma piuttosto credo ne sia il frutto perché viene da un processo di riconoscimento silenzioso e gratuito e quanto mai scontato. È sempre l’altra che ci fa madri, in altro caso è un titolo tutto ancora da sperimentare e vivere.

Il compito affidatoci ha delle coordinate particolari: non ci ha scelte la novizia né noi abbiamo scelto lei, siamo mandate, è un compito affidatoci dalla Chiesa e dalla comunità. Compito che fino a 30 anni fa era vissuto come un inserimento nella comunità, attraverso consigli sapienti da parte della madre o di una sorella anziana, ma non certo una formazione personalizzata come la Chiesa invece ci chiede oggi. Anche considerare che siamo appena all’inizio di un tempo in cui la formazione prende sempre più spazio e tempo – basti guardare agli ultimi documenti in cui essa occupa il primo posto rispetto ad altri ambiti pure identitari della nostra vita – è importante per prendere consapevolezza che non abbiamo la soluzione dei percorsi formativi esatti perché è un processo che si è aperto da poco, e che siamo in un cammino di scoperta, di tentativi, di continue verifiche e rilanci. 

      La formazione che oggi è chiesta è integrale, cioè comprende tutti gli ambiti della persona, soprattutto quello spirituale, che fino a qualche anno fa era considerato qualcosa di personalissimo in cui nessuno entrava.

Esistono vari tipi di relazione di accompagnamento:

  • Dialogo di accompagnamento: è una relazione che nasce spontanea, non è esclusiva, varia nel tempo e non può essere imposta.
  • Pedagogia spirituale: è una relazione con una persona competente, preparata, in vista di un obiettivo concreto: una crisi, un passaggio di crescita, una decisione da prendere. Qui l’accompagnatore è scelto da altri, non dal soggetto che chiede. Tale relazione ha un tempo determinato, un obiettivo chiaro e una competenza richiesta. Il tipo di relazione che si instaura è quella del maestro e del discepolo.
  • Paternità spirituale: è una realtà seria. Al ‘padre’ questo carisma non viene dalla sua abilità o dalla sua esperienza, gli viene da Dio come dono imprevedibile. Non è perché si è maestra delle novizie che questa grazia è dovuta, non bisogna presupporla, né presumerla, la si esercita senza rendersene conto. È una relazione per sua natura unica ed esclusiva, non si ripete, né si cerca assolutamente. Eppure ognuno la esercita un po’ verso tutti. Come dice Chiara ‘…quanto più sarà madre una sorella spirituale verso la sua sorella’

Nelle nostre relazioni tra maestra e novizia non si è autorizzati ad accedere al foro interno senza esservi stati invitati espressamente. L’intimità è una porta che si apre da dentro. È importante che la novizia abbia riconosciuto e accettato la maestra come tale, tanto è vero che spetta alla figlia far sbocciare la maternità della propria madre. In questo caso è l’atteggiamento della novizia ad essere importante e preponderante. Loro questo lo ignorano, ma tutto si gioca sulla disponibilità profonda di colei che si affida. Occorre dire una parola su questoriconoscimento che talvolta è una domanda implicita in un rapporto.

Quanto tempo e affetto ed energie spendo per questo riconoscimento?

Qui è importante guardare ed essere aiutati a guardare le proprie aspettative e dinamiche interiori perché la formatrice rimanga al proprio posto sia che questo riconoscimento accada sia che non accada. Di certo, in quest’ultimo caso la relazione vivrà delle fatiche che una buona e puntuale supervisione aiuterà a gestire per operare un sano discernimento, a prescindere dalle proprie emozioni e frustrazioni. È vero anche che un mancato riconoscimento della formatrice da parte della novizia dice qualcosa del suo discernimento, perché l’affidamento non è un elemento secondario!

Il COLLOQUIO è uno spazio sacro in cui entriamo, andiamo in pellegrinaggio al mistero, al santuario che è la giovane.

‘Il colloquio è uno strumento precipuo di formazione da tenere con regolarità e con una certa frequenza come consuetudine insostituibile e collaudata efficacia’ (V.C. 66)

La maternità che siamo chiamate a vivere è lo spazio relazionale nel quale si svolge il colloquio e quanto più questo spazio relazionale è ferito, tanto più il colloquio ne risente e si pone come uno spazio di guarigione, ad alcune condizioni, naturalmente.

Occorre chiedersi: Cosa sta facendo lo Spirito santo in questa persona, dentro la sua psicodinamica?

                               Dove la sta portando? (Egli di solito porta verso Gesù!)

                               Attraverso quali modalità?

                               Se è vero che la crescita spirituale avviene attraverso un processo pasquale, in quale fase del processo è la giovane oggi?

Mi chiedo ancora quali siano i criteri di valutazione propri della nostra tradizione francescana e clariana. Sarebbe bello ritrovarli e riconoscerli come propri nel discernimento sull’idoneità della persona che chiede di entrare nella nostra comunità. Cosa, infatti, mi fa dire che questa ragazza ha la vocazione per vivere la nostra Forma di Vita?

Ci vuole un cuore intelligente: affetto e intelletto per guardare:

  • Alla formazione integrale: tutta la persona è coinvolta nella crescita, tutti gli aspetti della sua           persona e tutte le sue facoltà. Nel colloquio infatti osservo:

            – ciò di cui mi parla più spesso

            – ciò di cui non mi parla mai, perché? (omissione, resistenza, negazione?)

            – ciò in cui rimane bloccata, imbavagliata

            – ciò che chiede l’aiuto di esperti senza venir meno al nostro percorso spirituale. (Come coniughiamo il cammino umano con quello spirituale?)

   Impariamo a scorgere i cambiamenti da ciò che si vede fuori: paradossalmente, se anche la novizia non ci aprisse la porta della sua intimità, dovremmo poter vedere segnali di crescita dal suo comportamento esterno: se una persona è incinta, infatti, prima o poi partorisce!

  • Il rapporto che la giovane vive con la sua intimità, come vive la sua consegna:

           – consegna libera, graduale: è propria di una persona matura.

           – consegna immediata: può significare un confine debole tra il dentro e il fuori.

           – consegna e fuga: può significare una mancanza di libertà in quanto la persona fa fatica a stare di fronte dopo che ha consegnato vissuti dolorosi o intimi e qui la maestra deve mettere in atto un sano distacco per far circolare ‘aria pulità e lasciare spazi di confine ampi. Nella nostra vita claustrale, infatti, la distanza che non si può ottenere geograficamente, la creiamo col silenzio e con quella discrezione con la quale ‘facciamo finta di non vederè, nascondiamo quasi a noi stesse le informazioni ricevute per permettere all’altra, che ci vive accanto, di non sentirsi lo sguardo addosso e far in modo che lo spazio del colloquio abbia il suo perimetro netto dentro la nostra quotidianità.

             – consegna con ricatto: può significare una certa manipolazione: la giovane ‘usa’ come scudo le sue confidenze per non cambiare, per mantenere il suo compromesso alleandosi con le sue fragilità e giustificandole.

Sottolineo ancora che la consegna non è un diritto, ma un dono, anche se è pur sempre vero che la consegna a Dio – che la giovane si prepara a vivere con la professione – passa sempre per una consegna alla comunità.

A questo proposito è utile prepararsi al colloquio:

  • con la preghiera e chiedere allo Spirito di essere suo strumento 
  • darsi un tempo per arrivare all’incontro con calma, non già stanche e placate interiormente da altre situazioni che pure ci affollano il cuore.
  • Se sono troppo inquieta per un malinteso da chiarire e non ho abbastanza calma per interagire è meglio rimandare il colloquio.
  • Prendere l’abitudine di segnare su un quaderno i contenuti e la dinamica del colloquio (due penne: una per il contenuto, un’altra per i sentimenti e pensieri. Può aiutare a vedere la dinamica delle reciproche emozioni, se cambiano, se permangono, quale argomento le attiva e perché…)
  • Riguardare il colloquio precedente, aiuta a far memoria dei contenuti e verificare quelli più frequenti e quelli che non vengono mai fuori!
  • Scegliere il luogo e anche la misura del tempo e imparare a cogliere quando largheggiare e quando arginare la comunicazione.
  • Il contenuto del colloquio: si parte sempre dalla vita, da come sta la novizia, con libertà, e intanto si vede la capacità di fare sintesi, se comincia dalla cosa più banale perché ha bisogno di tempo per entrare e far entrare dentro, se parla senza dire nulla e alla fine dice la cosa più importante così che non ci sia più tempo per rispondere.
  • Talvolta è bene scegliere prima gli argomenti e fissarli, può aiutare la novizia ad arginare, a dare priorità, a reggere la frustrazione di non poter dire tutto quello che vuole.
  • I colloqui dell’inizio servono a conoscere meglio, anche se ho notato che per qualcuna il colloquio è uno spazio ufficiale in cui fa fatica ad aprirsi, ma lo fa in modalità meno strutturate.
  • Il colloquio può finire con domande aperte, che favoriscono la riflessione, soprattutto se si attraversano passaggi in cui è la novizia a dover trovare interiormente delle risposte.
  • La scadenza dei colloqui va rispettata, se è troppo breve, anche il colloquio sarà breve, rispettoso dei tempi lunghi di maturazione.
  • Imparo ad ascoltare anche con la ‘pancia’, cioè con quel mondo emotivo che subito fa eco nelle viscere e che non di rado mi dice verità più profonde di ciò che percepisco razionalmente.
  • Ascoltare il ‘retrogusto’ che mi lascia un colloquio: calma, dolcezza, inquietudine, rabbia, aggressività … possono essere sentimenti miei, ma anche della novizia, forse non ancora consci a lei, ma sentiti certamente da me.
  • Mantenere in un colloquio un clima di benevolenza, meglio rimanere in silenzio dinanzi ad una provocazione, ad una domanda ambigua e prendersi tempo e non aver paura nel dire di aver bisogno di tempo per rifletterci.
  • Durante il dialogo: lasciar parlare,
  • percepire ciò che sente l’altra, ma senza rompere la comunicazione,
  • non sostituire l’esperienza dell’altra con la propria,
  • non astrarre disincarnando il vissuto della novizia,
  • non discriminare tra importante e banale.

È pur vero che il colloquio rimane uno spazio ‘pre-morale’ in cui l’altra è libera di dire tutto senza essere giudicata moralmente. È uno spazio di laboratorio interiore in cui la giovane impara proprio a valutare anche la moralità dei suoi pensieri, gesti e vissuti. Spazio di formazione della sua coscienza in cui la libertà di essere se stessa la rende sempre soggetto nella relazione e mai oggetto.