La maestra: un’identità in relazione (2) – di sr. Chiara Mirjam Esposito, Corso maestre 2020

Riconosci la tua vocazione

Questo rapporto di figliolanza che ciascuna vive nei confronti del Padre, permane tutta la vita e si coniuga nella Chiesa dal giorno del nostro battesimo e ancor di più dal giorno della nostra professione. La Chiesa ci colloca in uno spazio preciso nel suo Corpo mistico e ci affida un compito proprio del carisma ricevuto. In questi ultimi 20 anni c’è stato un risveglio sulla domanda della nostra identità e un grande bisogno di dirci chi siamo.

‘Riconosci la tua vocazione’ dice Chiara nel Testamento, cioè il bisogno non solo di riconoscerla, ma di RI-conoscerla dentro il cambiamento dei tempi, delle stagioni della chiesa e del mondo.

Essere figlia della chiesa per una formatrice è importante perché anche senza dirlo esplicitamente, noi trasmettiamo un modo di relazionarci con questa madre che le giovani avvertono, respirano e di cui si nutrono.  Chi è la chiesa per me, oggi? Sottolineo alcuni verbi di questa relazione da cui derivano poi atteggiamenti e discernimenti:

Ascoltare: verbo che si coniuga in un orizzonte vasto, certamente non moralista, e che subito richiama ad un atteggiamento di obbedienza: la Chiesa è realtà terrena e celeste, è un mistero nuziale ed escatologico a cui appartengo e che mi appartiene.

Un ascolto che si verifica ad esempio nella conoscenza dei documenti emanati … Occorre imparare ad ascoltarne la storia … i passi dello Spirito che l’ha guidata, come la Chiesa lo ha ascoltato, attraverso quali mezzi e strumenti, attraversando quali ostacoli o inganni …quali voci profetiche, quali rischi di spaccature, quale profezia essa custodisce fino alla pienezza …

L’Ascolto come educazione al ‘sentire cum ecclesia’, sentire come questa madre sta nel mondo, come anela alla realtà ultima, quindi come discerne le cose della terra per non perdere quelle del cielo.

Oggi, nell’orizzonte ecclesiale e pastorale la formazione vive una priorità mai conosciuta prima e questo ci trova un po’ impreparati e certamente confusi perché ci costringe a meditare su un modo di trasmettere la vita che prima avveniva naturalmente. Tale trasmissione è divenuta più articolata perché mira ad una formazione integrale di tutta la persona.

Si faccia luminosa in noi la conoscenza di te,

perché possiamo conoscere qual è l’ampiezza

dei tuoi benefici, l’estensione delle tue promesse,

 la sublimità della tua maestà e la profondità dei tuoi giudizi…

Affinché  ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando te;

con tutta l’anima, sempre desiderando te;

con tutta la mente, indirizzando a te tutte le nostre intenzioni

e in ogni cosa cercando il tuo onore;

e con tutte le nostre forze,

spendendo tutte le nostre energie e i sensi dell’anima e del corpo

in  offerta di lode al tuo amore e non per altro. (FF268, 270)

Questo è l’orizzonte entro cui ci muoviamo e dentro il quale si esprime la nostra figliolanza.

Conoscere: comporta un esodo da me, dal mio soggettivo, per entrare in un oggettivo che non mi do da me. Oggi le nuove generazioni vivono un ‘soggettivismo aggravato’, spesso incapaci di riportare la realtà oggettiva (provate a far leggere un articolo e poi chiedete cosa dice e subito viene fuori la frase ‘…Mi ha colpito …’ e si vede la fatica di dire semplicemente ciò che è scritto …) così abituati a stare dentro le cose semplicemente esprimendosi in ‘Like’.  Occorre talvolta educare ad un più corretto modo di conoscenza oggettiva. (cosa dice questo articolo? cosa aggiunge di nuovo a ciò che già conoscevo dell’argomento? come esso si integra con la mia esperienza di questo argomento?) passaggi che aiutano un’assimilazione sapienziale ed integrale del conoscere che non è solo istintivo o impressionistico, ma reale, totale, altro da me eppure mio, assimilato a me.

               La conoscenza del Magistero della Chiesa, almeno di quei documenti che interessano la nostra vocazione come una verità illuminata dallo Spirito, non è scontata: si sente spesso così spontaneamente un atteggiamento di critica, con una familiarità inopportuna su scelte e decisioni con cui la Chiesa si muove nella storia e a noi è chiesto di far vedere altro, di far conoscere come dentro ogni articolo di un documento questa Madre sta tutelando un valore che è quello della vita dell’uomo e del primato di Dio. Mi sono trovata molto spesso a fare questo lavoro di discernimento sulle parole del magistero e vedi le persone rimanere sorprese di tanta saggezza della Chiesa, spesso così fraintesa nella sua rigidità istituzionale da sembrare che Chiesa sia solo questo. E quando questo volto così rigido, lo trasmettiamo alle giovani allora stiamo preparando la via alla divisione e alla insubordinazione …

               Il magistero è l’oggettivo con cui orientarsi nel discernimento della volontà di Dio per noi. Solo attraverso una conoscenza rispettosa e intelligente impariamo a coniugare e a far coniugare tradizione e rinnovamento. Tutte noi sappiamo quanto sia delicato trasmettere le nostre piccole o grandi tradizioni e mantenerci creative nel cambiamento. In realtà le cose vere non passano mai e hanno una bellezza in sé che attrae, ma il modo di viverle, di esprimerle può e deve cambiare, perché può succedere che una forma troppo rigida o superata, blocchi la novità contenuta nei valori eterni.

              Altro aspetto della conoscenza che credo sia importante è quello di attingere alla tradizione dei padri sia di oriente che di occidente. Viviamo in un tempo in cui vengono finalmente pubblicati scritti antichi e ci è dato di sperimentare che tutto è nostro e noi siamo di Cristo. Tutta la sapienza dei secoli precedenti appartiene alla Chiesa e ad ogni battezzato perché i santi non vivono solo in cielo ma ci vivono dentro, sono nel nostro DNA di battezzati e l’appartenenza ad un unico corpo ci fa respirare con i due polmoni, come dice l’enciclica Orientale Lumen del maggio del 1995 di Giovanni Paolo II.

«In oriente si trovano pure le ricchezze di quelle tradizioni spirituali, che sono state espresse specialmente dal monachesimo. Ivi infatti fin dai gloriosi tempi dei santi padri fiorì quella spiritualità monastica, che si estese poi all’occidente e dalla quale, come da sua fonte trasse origine la regola monastica dei latini e in seguito ricevette ripetutamente nuovo vigore. Perciò caldamente si raccomanda che i cattolici con maggior frequenza accedano a queste ricchezze dei padri orientali, le quali trasportano tutto l’uomo alla contemplazione delle cose divine» [Conc. Ecum. Vat. II, Decr. sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio, 15].  

Il monachesimo non è stato visto in Oriente soltanto come una condizione a parte, propria di una categoria di cristiani ma particolarmente come punto di riferimento per tutti i battezzati, nella misura dei doni offerti a ciascuno dal Signore, proponendosi come una sintesi emblematica del cristianesimo.

 Il monastero è il luogo profetico in cui il creato diventa lode di Dio e il precetto della carità concretamente vissuta diventa ideale di convivenza umana, e dove l’essere umano cerca Dio senza barriere e impedimenti, diventando riferimento per tutti, portandoli nel cuore ed aiutandoli a cercare Dio…  Il carisma della monaca con le caratteristiche che le sono specifiche, è un segno visibile di quella maternità di Dio alla quale sovente si richiama la Scrittura santa.

La grande tradizione monastica concepisce il processo di aiuto spirituale come una gestazione e un parto.  Attingiamo a tanti autori che hanno parlato e sperimentato questo: alla tradizione cistercense, al cammino carmelitano, alla tradizione ignaziana, all’apporto delle scienze umane, ma non bisogna dimenticare alcune note chiave dell’accompagnamento spirituale nel contesto monastico: il cammino monastico è lento e ripetitivo, domanda grandi dosi di pazienza e fedeltà, tanto da parte della novizia che della  maestra, inoltre l’accompagnamento spirituale della sorella è sempre situato in un contesto comunitario concreto.

Nel servizio della formazione occorre una grande libertà per conoscere i carismi donatoci dallo Spirito alla Chiesa nella chiarezza della propria identità. Certo più stiamo saldi in ciò che siamo e più possiamo conoscere gli altri senza paura, senza confusione o identificazione, andando oltre le mode che pure ci sono nelle stagioni formative … Francesco e Chiara non sono solo nostri, sono di tutti, come nostra è Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, nostri sono Teofane il recluso, Gregorio di Nissa, nostro è Ignazio di Loyola. Tutto è nostro perché l’esperienza spirituale che essi hanno fatto era per noi, non per se stessi. Ciò che lo Spirito ha suscitato in un carisma è per tutti. Tante cose Ignazio le ha prese da Francesco e Teresa le ha imparate da Ignazio e Francesco e Chiara le hanno prese dai cistercensi, da Guglielmo di s. Thierry … i santi si assomigliano perché vengono tutti da uno stesso Padre, da uno stesso Spirito e, ripeto, tutto è per noi, per la nostra santificazione.

Come sui banchi di scuola | Querce di Mamre Trasmettere questo sguardo ampio alle nostre novizie è importante perché aiuta a sentirsi parte di una Chiesa senza confini. Occorre una conoscenza chiara, senza confusione e senza fusione. Da questo ne deriva un atteggiamento di apertura e di dialogo, necessari a vivere questa tensione di comunione delle diversità, ora più che mai.

Anche inconsapevolmente trasmettiamo alle giovani il modo comunitario della nostra relazione reale con la madre Chiesa, a partire dalla Chiesa locale, dalla Provincia … tutte relazioni concrete che fanno il nostro tessuto ecclesiale.

Oggi le vocazioni non necessariamente vengono da un tessuto ecclesiale, nascono da un’esperienza personale di grande conversione e le giovani che bussano ai nostri monasteri non sempre hanno questa esperienza di appartenenza e questo fa la differenza nel tessuto comunitario e mi interroga non poco, perché spesso è la comunità il luogo in cui si fa per la prima volta quest’esperienza, con i suoi aspetti positivi e di limite.